La vergogna di non riuscire a diventare madri

La vergogna di non riuscire a diventare madri

“PERCHÉ NON RIESCO A SENTIRMI PIENAMENTE DONNA SENZA UN FIGLIO?”. “COME SI POSSONO TROVARE ROMANTICI I RAPPORTI SESSUALI PROGRAMMATI?” “AVEVI PAURA A FARTI LE PUNTURE IN PANCIA?”. “CAPITA SOLO A ME DI TROVARE INSOSTENIBILE LA VISTA DELLE AMICHE INCINTE?”.
Quello della procreazione medicalmente assistita è un percorso sofferto, fisicamente e psicologicamente. Eppure di questo dolore si parla ancora poco, come ha recentemente denunciato un’aspirante mamma in una lettera pubblicata su Repubblica nella rubrica curata da Concita De Gregorio.
Quelle domande, che non solo la lettrice del quotidiano ma tutte le donne alla ricerca di una gravidanza che non arriva si fanno, non trovano la voce per uscire: troppa la vergogna. Perché la maternità deve essere bella, magica, felice, altrimenti c’è qualcosa di sbagliato. Così, poco si parla di baby blues e depressione post partum (come si fa a essere tristi dopo l’arrivo di un bimbo?), si tace anche con le amiche se la ricerca di un figlio si rivela più difficile del previsto, si è reticenti nell’ammettere di aver fatto ricorso alla Pma per coronare il sogno del bebè in braccio.
Soprattutto parlare di sterilità non è facile, perché il rammarico che la diagnosi porta con sé è dolore e frustazione, come recita l’introduzione del Segreto della fertilità, un libro che nasce proprio dall’intento di aiutare la coppia a potenziare il dono della procreazione senza perdere di vista l’armonia individuale e l’intesa di relazione.
Parliamone invece, cerchiamo sostegno e risposte, proviamo a vincere la paura e il tabù. Dalla condivisione delle nostre esperienze, anche sui blog, può nascere una nuova solidarietà femminile. Un tempo, a circondare la futura mamma, c’era una rete di protezione formata dalle donne di famiglia che portavano in dote un bagaglio di sapienza sulla maternità. Chissà, magari potremmo provare a ricrearla quella rete su un tema delicato come l’infertilità. Il primo passo per riuscirci è infrangere il muro del silenzio. Ed è già liberatorio.

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