Il dopo Covid: baby boom o baby sboom?

Il dopo Covid: baby boom o baby sboom?

TRA GLI EFFETTI POSITIVI DEL LOCKDOWN E DELL’ISOLAMENTO CASALINGO CUI CI HA COSTRETTI LA PRIMA ONDATA DELLA PANDEMIA SI È PARLATO (L’HO FATTO ANCH’IO QUI) DI UN AUMENTO DEL DESIDERIO E DI UNA RITROVATA INTIMITÀ DI COPPIA: IL SESSO COME ANTIDOTO AL DIFFICILE MOMENTO, INSOMMA.

E fare l’amore più spesso è il modo migliore per riempire le culle che ormai da anni in Italia si stanno svuotando. Dunque, gli ottimisti hanno subito ipotizzato un mini baby boom per fine anno. Ma a smentirli è arrivata la doccia fredda del rapporto Istat di luglio: ascensore sociale dei giovani bloccato, incertezza economica, esasperazione delle fragilità esistenti. Come risultato si stima che potrebbero nascere ben 10mila bambini in meno, una previsione che, se si avverasse, assesterebbe un grave colpo a un tasso di fecondità già tra i più bassi in Europa.

Dove sta la verità? Per saperlo ci vorrebbe la sfera di cristallo. Quel che è certo è che il virus ha esasperato, portandoli alla luce, alcuni nodi centrali che da anni spiegano, tra gli altri, il costante calo delle nascite in Italia: lavoro femminile sottopagato e ricco di criticità (le donne sono le più sottoposte a turni “antisociali” e sono le prime a perdere il lavoro in momenti di crisi); mancata divisione dei compiti domestici tra i partner con uno smart working tutt’altro che smart, che ha gravato soprattutto le madri del peso della gestione contemporanea del carico professionale e familiare, esasperato dalla chiusura delle scuole di ogni ordine e grado; una tendenza a rinunciare al lavoro dopo la maternità – per necessità più che per vocazione – che non conosce flessioni (secondo gli ultimi dati, nel 2019 ben 37mila donne si sono dimesse dopo la nascita di un figlio, 1.800 in più rispetto all’anno precedente).

Eppure questa ripartenza, se pur a tappe, potrebbe essere l’occasione di ridisegnare la nostra geografia sociale, a tutto vantaggio della genitorialità. A patto, e mi ripeto, di varare autentiche politiche di sostegno alla natalità (basate su congedi parentali paritetici e strutture di aiuto alla famiglia) e, soprattutto, di coinvolgere noi donne nei processi decisionali: come meritiamo, visto che non siamo una minoranza, ma più della metà della popolazione.
Forza, non perdiamo l’occasione.

Depositphotos @ luckybusiness